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Palermo, Pergolizzi: "Ritornare qui è una grande occasione. Quest'anno sarà fondamentale"

di Aldo Sessa
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Rosario Pergolizzi, allenatore del Palermo, è stato intervistato da TuttoMercatoWeb, parlando lungamente di tanti temi legati alla sua esperienza attuale in rosanero ma anche quella passata. Ecco quanto evidenziato da TuttoPalermo.net: “Contro il Siena, l’anno dopo vengo confermato e c’era Sabatini. Arriviamo alla finale di Coppa Italia, giochiamo quella di Supercoppa, vado via nel 2009. A fine luglio di quest’anno il Palermo cercava un allenatore giovane, con esperienza, che avesse allenato sia i giovani che la prima squadra. Alla fine sono entrato anche io in lizza, ho visto il mio nome sul giornale, nel giro di 10-12 giorni mi ha chiamato il club, mi ha chiesto di venire qui, per capire che situazione ci fosse. Ci siamo incontrati, una serie di va bene, ed eccoci qui. Io ora abito a Ascoli, ho un figlio di ventuno e uno di ventotto anni, ma sono tornato a casa. Per me, è inutile dirlo, è una grandissima occasione. Si riparte da zero, dalla D… Mi dà responsabilità e forza. Non ho accettato subito, ma di corsa. Sto scherzando. Adesso viviamo il momento, pareggi una partita e sembra un dramma. Questo è un problema: sono andato via nel 2009, sono tornato ora, ho visto una Palermo diversa. Tutto è cambiato, il rinnovamento e il miglioramento di questa città fa piacere. La gente deve immedesimarsi pure nel calcio, non vedere la criticità, il fattore negativo, tutto nero. Ripartendo da zero ci sono delle fatiche, chi non fa non sbaglia, ma chi fa è costretto a sbagliare. C’è volontà di migliorare, di dare delle strutture, questo porta subito a grandi palcoscenici. Riportare 20 mila persone allo stadio è merito di questo club, delle persone che ci sono dietro. Bisogna avere entusiasmo per questi ragazzi, hanno vinto dieci partite consecutive e non c’è l’idea di buttare via tutto quello che di buono è stato fatto. I momenti di difficoltà? Ci sono, ma il mio comportamento non è mai cambiato. Non uscivo fino alle tre per ubriacarmi prima, non lo faccio adesso. C’era chi mi chiedeva il perché, ma penso che l’obiettivo sia fondamentale. Non mi interessando i record, senza sacrificio e coraggio non si va da nessuna parte. Solo il tempo dirà cosa sarà del Palermo calcio. Io ho visto il Bari dell’anno scorso, all’inizio ha avuto grosse difficoltà, poi è andato alla grande. Noi siamo partiti il 12 agosto, in ritiro con 10 giocatori e nove palloni, a Petralia. C’era un unico campo di 80 metri per 50, un campetto. Siamo ripartiti da lì, ci siamo trovati benissimo, con entusiasmo e un modo genuino di iniziare. Poi la vicinanza della gente è stata benzina per andare avanti. Se non c’è entusiasmo ci rimettiamo tutti. Vincere per forza? Nemmeno per l’Inter di Mourinho, quella del triplete, fu tutto rose e fiori. Poi a Barça-Inter c’era Eto’o che faceva il libero. Mi ricordo di quanti campionati ha vinto Trapattoni, di come gioca Conte. Alla fine rimangono le vittorie, e non è mai facile vincere. Calcio spettacolo? Non so chi lo possa dare, in qualsiasi categoria trovi allenatori preparati, gente che sa leggere le partite. Non avere un centro sportivo è un problema? Il Palermo si è sempre allenato al Tenente Onorato, un campo militare, che non aveva la possibilità di far entrare civili. Qui a Carini abbiamo un sintetico, ma il Palermo - che sia terra battuta o lo spettacolare manto della Favorita - deve vincere. Non dobbiamo pensare di essere imbattibili, né prendere gol quando stiamo pareggiando. Quando non vinci è importante non perdere, perché stai seminando, qualcosa porti a casa. La soglia del dolore dev’essere alta, il Palermo deve vincere questo campionato. Però se la gente pensa di vincerlo con 10 partite di anticipo, tutte 5-0, sbaglia. Io ho vissuto l’era Zamparini, tutto era già stabilito, la società era arrivata al top con Coppa UEFA, finale di Coppa Italia, Scudetto Primavera vinto. Era il lavoro di dieci anni, questo è quello di tre mesi. Se guardiamo indietro, ad agosto… Stiamo lavorando da tre mesi, questo club ha fatto tantissimo. C’è un settore giovanile, una prima squadra prima in classifica, 15-20 mila spettatori, attivi. Il movimento è stato perfetto. L'anno fondamentale? Questo qui in Serie D. Quando vai in Lega Pro cambiano le regole, le prospettive, hai più tempo per vincere. Certo, bisogna gestire la società fortificando tutto, dando strutture, cercando gli obiettivi. Non puoi pensare di vincere la D, poi la C, poi la B… Significa prendere in giro le persone. Cosa serve per crescere? Senza strutture e senza società non andrai mai da nessuna parte. Devi creare il settore giovanile, le strutture, avere credibilità a livello economico. Rapportarsi con l’esterno. Se prendi uno schiaffo, senza determinati paracaduti, rischi di farti male. La sconfitta e il pari? I ragazzi sono stati bravi a vivere il momento, all’interno dello spogliatoio, come quando han vinto due partite. Ne sono venuti fuori… Certo, se stai attento a tutto quello che accade attorno, allora lo vivi male. Non devi perdere le certezze accumulate, devi continuare a lavorare. Possibile cambio societario? Viaggiamo su binari diversi, io devo far vivere la squadra nel mondo calcistico. C’è un presidente, oltre all’ad, il ds e l’allenatore. Se poi la società vuole evolvere, trovare altri soldi e investitori, se va bene al presidente, per crescere, è ok per tutti. Difficile fare calcio al sud? È una questione di strutture, programmazione, la verità è che ora tutti i club vorrebbero un proprio stadio personale, un centro sportivo, come il Bari. Il Cagliari sta facendo il suo. Lo Scudetto Primavera? Noi lo abbiamo vissuto, quel momento, solo come squadra. Come gruppo. Se avessi chiesto ai ragazzi di buttarsi dal ponte, loro lo avrebbero fatto. Non pensavamo al negativo, volevamo competere con tutti e davamo tre gol a chiunque. Poi non si è data continuità: se fai un investimento da 5, 600 mila euro annui e poi vai a spendere 5-7 milioni per stranieri, invece di investire nei giovani… Succede quando c’è un programma errato. Abbiamo riportato tanta gente allo stadio? Dopo la delusione di Zamparini la gente vedeva in Mirri il tifoso, il palermitano. Non può raccontare favole, devi dargli fatti e risultati. Tutti sono della città, dal presidente al team manager, ma ci metteremo tutto. Noi rappresentiamo la città e la nostra terra”.

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