Italia fuori dal Mondiale, non è più un incidente, è un sistema che non funziona
C’è stato un tempo in cui restare fuori da un Mondiale era impensabile. Oggi, invece, fa male dirlo ma non sorprende più. L’ennesima esclusione della Nazionale italiana di calcio dalla Coppa del Mondo non è solo una delusione sportiva: è la fotografia di un declino strutturale che dura da anni e che nessuno, finora, è riuscito davvero a invertire. Non basta più parlare di “episodi”, di sfortuna o di cicli sfortunati. Tre mancate qualificazioni nel giro di poco tempo non sono una coincidenza: sono il sintomo evidente di un sistema che si è progressivamente impoverito. Tecnica, visione, coraggio: elementi che un tempo definivano l’identità azzurra oggi appaiono frammentati, quando non del tutto assenti. Il problema parte da lontano. Dai settori giovanili, dove si investe meno rispetto ad altre grandi nazioni. Dai club, spesso più attenti al risultato immediato che alla crescita dei talenti. Fino ad arrivare alla gestione federale, che negli anni ha alternato progetti ambiziosi a brusche frenate, senza mai dare continuità reale. In campo, poi, si vede tutto. Un’Italia che fatica a costruire gioco, che vive di fiammate individuali più che di un’identità collettiva, che spesso sembra inseguire le partite invece di dominarle. E quando la pressione sale, emerge una fragilità psicologica che non apparteneva alla tradizione azzurra. E allora sì, forse è arrivato il momento di smettere di rattoppare e iniziare davvero a rivoluzionare. Non serve cambiare solo l’allenatore o qualche convocato: serve ripensare l’intero sistema. Investire seriamente nei giovani, dare spazio al talento italiano nei campionati, costruire una filosofia di gioco coerente e moderna. La storia del calcio italiano è troppo grande per accettare una normalità fatta di assenze. Ma proprio per questo non si può più vivere di nostalgia. Serve coraggio, visione e, soprattutto, responsabilità. Perché restare fuori una volta può essere un incidente. Due volte, una crisi. Tre volte, invece, è una resa. E l’Italia, nel calcio, non può permetterselo.